Blocchi sonori e musicopedagogia

Ancora una volta la musica ha fatto miracoli! Questa mattina, trovandomi alle ultime ore in classe prima, ho proposto ai bambini una piccola sorpresa che ha interessato la loro attenzione per oltre un’ora. Ho presentato loro i blocchi sonori, che non sono altro che porzioni mobili di xilofono. Li abbiamo osservati nella forma, nel materiale e nelle loro caratteristiche sonore.
Inizialmente ho proposto ai bambini di ascoltare alcuni brani (suonati da me), prima monofonici e poi polifonici, ad occhi chiusi, e di raccontare, chi volesse, le emozioni provate. Poi ho consegnato una “nota” a ciascun bambino, comprensiva di bacchetta, disponendoli in ordine, dal suono più grave a quello più acuto.
Abbiamo, quindi, riproposto il gioco del direttore d’Orchestra (vi ricordate il post “La musicopedagogia e i consigli di Rosy?”) ed ho indicato, di volta in volta, il bambino che doveva suonare il blocco. Ho proposto una sequenza melodica conosciuta e, in un istante, i bambini l’hanno riconosciuta: “E’ Fra Martino campanaro!”, “Maestro, lo xilofono è come gli strumento a percussione, ma si possono fare suoni diversi! Bello!”. Poi abbiamo riproposto il gioco dell’”accendi/spegni”: toccando la testa di un bambino, questo iniziava a suonare lo strumento, e via via tutti gli altri. Toccando nuovamente la testa del bambino, questo smetteva di suonare. Il rispetto dei ruoli e della turnazione è stato un interessante esercizio per imparare ad entrare nel “discorso” in maniera corretta. Come Rosy mi ha insegnato, quest’attività aiuta alla costruzione dello spirito di gruppo, oltre che ad acquisire regole di collaborazione che poi rafforzano il senso di appartenenza alla classe ed il rispetto della turnazione nell’ambito del discorso verbale.
Devo dire che è stato davvero divertente, come suonare un pianoforte vivente! Il suono dello xilofono e il rispetto che i bambini hanno dimostrato nel gioco, ha creato un’atmosfera realmente magica.

Per chi volesse saperne di più sulla musicopedagogia può scrivere a mia moglie Rosy, che è pedagogista clinico, alla mail rosamariaraccuglia@gmail.com

Io viaggio equo e solidale

“Non è giusto che un maschio prenda tre euro l’ora e una femmina due euro e cinquanta!” Su questo erano tutti concordi. “Quando siamo arrivati nella piantagione di banane è arrivato il capo, un tipo con la barba lunga e un cappello bianco, che ha iniziato a trattarci male dicendo che eravamo in ritardo e che dovevamo lavorare dalle 5 del mattino fino al tramonto… con solo mezz’ora di pausa…”, “Poi è arrivato un altro bananero che ha detto al capo che non era giusto che fossero trattati così male e pagati così poco… “, “poi, maestro, quesi pesticidi sembravano veri! mi sono messo a grattarmi le braccia come se pizzicassero davvero!”.

Questi ed altri sono stati i racconti dei ragazzi che questa mattina hanno partecipato al gioco di ruolo organizzato da Oxfam Italia all’interno della mostra “Io viaggio equo e solidale”. Non è facile far comprendere ai ragazzi il concetto di produzione e consumo consapevole, dopotutto la spesa non la fanno loro, ma con questo gioco di ruolo si sono sentiti davvero catapultati dentro la realtà dei contadini del sud del mondo sfruttati dalle multinazionali.

Un’esperienza significativa anche dal punto di vista della gestione delle emozioni: “All’inizio ho avuto paura…”, “mi è presa una rabbia, non sembrava giusto che ci trattassero così… e poi guadagnassero tutti quei soldi col nostro lavoro!”, “…poi ci siamo messi insieme e organizzati, abbiamo fatto una cooperativa, preso un pezzo di terra e abbiamo coltivato le banane ed il cacao senza pesticidi e veleni vari…”, “…quando è arrivato il compratore ci ha pagato bene e ci siamo divisi il guadagno, in modo da poter vivere decentemente!”.

Per chi volesse saperne di più, questo è il link dell’evento http://www.oxfamitalia.org/evento/io-viaggio-equo-e-solidale

Elettricità alle prime armi

Questa mattina in classe quarta abbiamo letteralmente dato una “scossa” alla curiosità dei ragazzi, con il primo laboratorio sull’elettricità. Quest’anno ho deciso di dedicare un’ora alla settimana alle scienze naturali: presenterò, nel tempo, alcuni esperimenti ed osservazioni su alcuni fenomeni e caratteristiche degli elementi naturali: elettricità, magnetismo, chimica elementare, fisica, dinamica…

Inizialmento ho cercato di definire il concetto di elettricità parlando delle caratteristiche dell’atomo e delle molecole e presentando, in maniera visuale (con il classico disegno alla lavagna), la struttura dell’atomo, così come oggi la scienza descrive in base alle attuali conoscenze: un nucleo di protoni, definiti da una carica positiva e altrettanti elettroni (di carica negativa) che ruotano come satelliti intorno al nucleo. Presentare la struttura dell’atomo, componente primordiale della materia, paradossalmente inosservabile da nessun microscopio, mi ha permesso di fare una breve digressione sul concetto di materia, energia e vuoto. Presentare le proporzioni di protoni ed elettroni come la capocchia di uno spillo (i protoni) circondati da elettroni in uno spazio grande come uno stadio di calcio ha permesso ai ragazzi di rendersi conto che la materia è prevalentemente fatta di vuoto. “Maestro, ma allora, anche se inventassero un microscopio potentissimo, sarebbe quasi impossibile inquadrare i protoni dell’atomo, tanto meno gli elettroni, che sono in continuo movimento!”. Questa è osservazione!

A quel punto ho presentato la corrente come un flusso di elettroni, satelliti che ruotano intorno agli atomi che, se messi in agitazione da qualcosa, “se ne vanno” per altre strade. Ho, quindi, riproposto l’esperienza del palloncino che, strofinato, si carica elettrostaticamente e, come una calamita, attira piccoli pezzi di carta, polvere o i capelli dei bambini stessi: “Maestro, guarda i capelli, si alzano che sembra un porcospino!”. Abbiamo parlato di energia elettrostatica basandoci anche su esperienze dirette (la scossa data toccandosi le mani, baciandosi, toccando qualcosa dopo aver scivolato…). “Anche in auto ci carichiamo – fa un bambino – perchè l’automobile sbatte contro l’aria e lo strofinio carica l’auto di elettricità!”.

Dopo aver discusso anche sui fulmini e altri fenomeni elettrici naturali, ho presentato una pila mezzatorcia da 1,5 volt. Mi è sembrato divertente raccontare come Alessando Volta, molto tempo fa, avesse costruito una pila con dischi di rame e zinco alternati con stracci bagnati… una pila un tempo grande come una stanza e che ora abbiamo a disposizione così piccola! Una pila che contiene una certa quantità di elettricità, imprigionata dentro quel cilindro.

Infine ho presentato il primo degli esperimenti di elettricità e di circuito elettrico, applicando due fili ed un piccolo allarme che, con il flusso di corrente, genera un ronzio. Tutti i ragazzi hanno voluto provare ed hanno sibito capito come la corrente, quel flusso di elettroni, per “passare” dal filo, deve percorrere un cerchio chiuso, il “circuito elettrico”. Credo che sul tema dell’elettricità proseguiremo per almento altre 3 o 4 lezioni: gli esperimenti e le prove da fare sono davvero tante e i ragazzi sono affascinati da questa modalità di apprendimento!

 

I 5 postulati di Euclide spiegati ai ragazzi

Dopo aver presentato gli elementi fondamentali di Euclide ed aver giocato sulle loro caratteristiche (dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo – vedi post precedente), sono passato a presentare le 5 “regole del gioco” che Euclide ha definito, usando i tre elementi di base (punto, retta e piano).

Come in un gioco vengono definite le regole, così il filosofo greco, pone alla base del suo “gioco geometrico” i 5 postulati che, come ho spiegato ai ragazzi, sono regole che vengono date per vere, senza bisogno di dimostrazione.

Il primo postulato dice che “tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una sola retta”. Ho chiamato due ragazzi e li ho disposti in due punti dell’aula, poi ho detto loro di “prendere” con le dita un punto nello spazio: abbiamo, quindi, creato i punti A e B all’interno del volume della stanza. Poi ho preso uno spago e ho chiesto ad altri due ragazzi di tirare una retta che andasse dal punto A al punto B. E’ risultato evidente che dai due punti poteva passare una e una sola retta…

Il secondo postulato recita che “la linea retta si può prolungare indefinitamente”: di questo avevamo già parlato quando abbiamo discusso sugli elementi primitivi della geometria euclidea. E’ stato, però, interessante sentire le valutazioni di alcuni che ritenevano che una retta sarebbe proseguita ma poi sarebbe ritornata indietro dall’altra parte (praticamente hanno messo in dubbio Euclide definiendo la possibilità di un piano curvo!).

Per il terzo postulato: “dato un punto e una lunghezza, è possibile descrivere un cerchio” ho dovuto richiamare un ragazzo a “prendere” un punto A nello spazio (sempre “pizzicandolo” tra le dita). Poi ho ritagliato un pezzo di spago (la lunghezza), l’ho applicato al punto A ed ho cominciato a ruotare. “Il cerchio, maestro, si vede il cerchio!” Ecco evidenziato il terzo postulato.

Per il quarto postulato: “tutti gli angoli retti sono uguali” è bastato disegnare alla lavagna alcuni angoli retti, disposti in posizioni diverse e applicare sopra un foglio. Anche in questo caso l’evidenza ha dimostrato la veridicità dell’assioma.

Il quinto postulato è stato un po’ più complicato da spiegare. Dopotutto, lo stesso Euclide lo aveva, in parte, rinnegato… “Se una retta taglia altre due rette determinando dallo stesso lato angoli interni la cui somma è minore di quella di due angoli retti, prolungando le due rette, esse si incontreranno dalla parte dove la somma dei due angoli è minore di due retti”. Ho proposto, come strumento di visualizzazione, tre matite, e appena ho disposto le “matite-rette” sul tavolo alcuni bambini hanno subito voluto intervenire: “Ho capito, maestro! le due rette si incontrano, è evidente!”.

A quel punto ho continuato a giocare anche con le conseguenze delle regole-postulati di Euclide.

Particolarmente divertente è stato dimostrare come da un punto passassero infinite rette. Ho fatto mettere una bambina, ferma a “pizzicare” il solito punto e due ragazzi a tirare lo spago in varie posizioni, in modo che “toccasse” sempre il punto immaginario A. Dopo essersi disposti in varie posizioni, ho preso un capo dello spago e mi sono arrampicato sopra un banco: “Anche questa retta passa dal punto A?”, “Sì, maestro, non avevo visto nessun maestro salire su un banco!”, “Allora, maestro, la retta può passare anche attraverso il corpo!”. Abbiamo, quindi, dimostrato che ci sono infinite rette passanti da un punto.

L’altra dimostrazione particolarmente apprezzata è stata la retta sulla quale passano infiniti piani. In questo caso avevo bisogno di due ragazzi che “tirassero” la retta-spago mentre io mi divertivo a posizionare il foglio in decine di posizioni diverse, ma sempre in modo tale da essere appoggiato alla retta. Anche questa dimostrazione è stata accolta con successo.

Direi che i ragazzi di 10 anni sono assolutamente pronti a ragionare di geometria, ma anche di astronomia, di filosofia, chimica, dinamica… in modo più che competente! L’importante è trovare la chiave giusta per “tirar fuori” dai ragazzi osservazioni e riflessioni di enorme spessore. Avanti così…

Gli elementi fondamentali della geometria euclidea: il punto, la retta, il piano

Questa mattina è stato davvero interessante riprendere la geometria partendo da Euclide. La geometria euclidea è, infatti, una geometria razionele che offre, però, spazio all’interpretazione, alla fantasia, al pensiero critico.
Ho iniziato presentando gli elementi primitivi di Euclide: il punto, la retta e il piano.
Alla mia domanda “Quanto è piccolo un punto?” i ragazzi hanno risposto: “come un granello di sabbia”, “come la punta del lapis”. “Ma se lo guardassimo ancor più da vicino – faccio io – potremmo vederlo ancora più piccolo”. “Sì, come una molecola”, “come un atomo, maestro!”. Ed io ad incalzarli a cercare un punto sempre più piccolo… alla fine ci siamo convinti che un punto è infinitamente piccolo, ma per rappresentarlo ci accontentiamo di disegnarlo con la punta di un lapis e di individuarlo con una lettera.
Quando, poi, ho chiesto quali caratteristiche avesse una retta, i ragazzi avevano ormati capito la storia: “le linee rette non finiscono mai, proseguono oltre la finestra, superano l’atmosfera, arrivano fino alla fine del Sistema Solare”. Sì, ma fin dove?
A questo punto era inevitabile parlare dell’Universo e della sua creazione: il nulla, lo spazio vuoto, poi una luce, un’energia potente che in poco tempo si espande ed esplode proiettando materia ovunque (“Come una zucca che scoppia!”). E’ stato stupendo ragionare con i ragazzi sul luogo dell’Universo in cui fosse avvenuto il Big Bang: “Al centro dell’Universo!”, “No! se il vuoto è infinito, non c’è nessun centro!”. A quel punto abbiamo giocato sul concetto di centro, inteso come origine dell’esplosione e, quindi di uno spazio finito in cui è sparsa la materia dell’esplosione primordiale. E i ragazzi hanno finalmente respirato: “L’Universo, allora, maestro, è finito!”.
“E oltre l’ultima stella che si allontana dal centro, cosa c’è?” faccio io.
“Il nulla!”, “forse un altro o molti altri universi!”.
Quando poi ho chiesto ai ragazzi di disegnare il loro concetto di infinito, uno di loro mi ha consegnato il foglio bianco: “Ecco, maestro, l’infinito!”. Che soddisfazione!
Dopo un po’ siamo tornati ad Euclide ed ho presentato il terzo elemento: il piano. “Maestro, il piano è come un foglio di carta”. “Siete sicuri?” domando io.
“Vediamo: se 500 fogli, che sono una risma di carta, misurano 5 cm di altezza, allora significa che un foglio singolo ha uno spessore di 0,1 mm”. Ormai era chiaro anche a loro che anche il piano è infinitamente sottile, ma per comodità ce lo immaginiamo come un foglio di carta sottile…
(continua nel prossimo post…)

Il setting della classe

L’organizzazionde della classe è un aspetto che ritengo fondamentale per rendere efficace e funzionale il processo di apprendimento. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare con una collega che ha sempre valorizzato la cura degli spazi, in particolare mediante la predisposizione dell’angolino delle panchine, in cui, sistematicamente, ci trasferiamo per le letture, le riflessioni, la musica e molto altro ancora.

L’aspetto innovativo che ho introdotto nel setting della classe, da quando sono in team con Daniela, è stato il laboratorio multimediale: nelle mie classi ci sono, infatti, almeno due computer fissi e, a volte, un portatile con, precaricati, alcuni software didattici freeware che ho, nel tempo, selezionato. Non è necessario avere l’ultimo modello di computer: per la scuola primaria sono sufficienti anche PC meno recenti che possono essere tranquillamente donati da genitori e aziende.

Utilizzare il PC in classe è molto più utile di un laboratorio strutturato, perché permette ai bambini di gestire, anche in autonomia, l’utilizzo dei programmi. Solitamente (come sto facendo in questi giorni in classe prima) introduco in modo collettivo gli elementi base di gestione del sistema operativo (accensione e spegnimento, avvio del programma, uso del mouse) e presento, in maniera mirata i programmi che ritengo più utili per l’apprendimento. Sono molto affezionato al software della Maestra Ivana, che ritengo completo e senza tanti fronzoli, essenziale, dotato di strumenti di autocorrezione che permettono ai bambini di utilizzare il programma in completa autonomia e consapevolezza.

Come dicevo all’inizio, un ambiente strutturato e flessibile è estremanmente utile per organizzare processi educativi e didattici aperti e dinamici: alternare la lezione frontale al lavoro, individuale o di gruppo, su computer oppure nell’angolino delle panchine è estremamente utile per destare sempre l’attenzione e la curiosità dei bambini. Naturalmente anche la palestra è un ambiente formidabile per lavorare sulla spazialità e il movimento, sulla logica, la matematica, le regole…

I processi metacognitivi e le proprietà dell’addizione e della sottrazione

Oggi vorrei parlare di come i bambini “pensano” i numeri e li mettono in relazione tra loro. Approfittando di un ripasso delle proprietà dell’addizione e della sottrazione, ho proposto ai ragazzi di calcolare a mente alcune addizioni e sottrazioni. Non mi interessava il risultato, ma il procedimento usato per raggiungere l’obiettivo.
Ad esempio, per calcolare 37 + 43 alcuni hanno “raccontato” di aver preso il 3 dal 43, di averlo abbinato al 37 (ottenendo, così 40) e di aver, quindi, sommato 40 + 40. Altri hanno tolto il 7 al 37 aggiungendolo al 43, altri ancora hanno smontato entrambi i numeri, ottenendo 30 + 10 + 40. In tutti i casi è avvenuto un procedimento metacognitivo che ha implicato l’uso della proprietà dissociativa e associativa dell’addizione.
Ho spiegato, quindi, che le proprietà non sono altro che caratteristiche che permettono alla nostra mente di elaborare il calcolo in modo razionale e veloce. In questo modo, credo che abbiano apprezzato il valore di proprietà che, applicate sulla carta hanno realmente poco senso operativo (servono solo come dimostrazioni): forse l’unica proprietà davvero utile da “scrivere” è la commutativa, anche perché ci permette di “scozzare” gli addendi per verificare la correttezza della somma… le altre proprio no…
Abbiamo fatto lo stesso ragionamento con le sottrazioni e sono venute fuori tante interessanti riflessioni sull’uso personalizzato della proprietà invariantiva che ha reso consapevoli i ragazzi del suo reale valore: ottimizzare il ragionamento. Un ragionamento che la mente elabora in 1-2 secondi….

Voci precedenti più vecchie